mercoledì 30 ottobre 2013

il mondo incantato di una bambina distratta


Quando ero piccola costruivo bambole di carta, castelli improbabili retti da esili pilastri altissimi e fragili. Sulle nuvole vivevano i personaggi del mio mondo fantastico. Gli adulti non potevano salire fin lassù, c'era una strada dorata scivolosa, sarebbero inciampati e, infine, avrebbero abbandonato l'impresa tornando indietro.




Nel mio mondo i ragazzini erano liberi e forti, lottavano contro cattivi spietati e cocciuti, ma alla fine li avrebbero sconfitti, perché i bambini hanno bisogno di credere alle favole.

Non c'era pace nelle mie storie, l'amore era spesso drammaticamente negato, eppure sempre cercato, unico fine nel mio universo.
Gli spazi immaginati si estendevano, la mia stanza era senza pareti, là fuori c'era il bosco sussurrante, la notte delle comete o il deserto dalla sabbia rossa.

Entravo nei palazzi di carta, i pavimenti scricchiolavano, sapevo che dovevo fare attenzione, tutto avrebbe potuto sbriciolarsi. Sguainavo la mia spada di vetro, i timori  potevano attendere, quello era il momento del gioco e del coraggio.

E poi guardavo mia sorella, unica complice del mio inganno, i suoi occhi brillavano di gioia per l'avventura che si apriva davanti a noi. Noi e il mondo invisibile delle storie. Non avevamo più paura degli uomini-drago.



venerdì 25 ottobre 2013

Angelo dei treni

Angelo era un macchinista ferroviere. Era slanciato, la fronte spaziosa di chi ha tanto osservato le cose in silenzio. Camminava con la testa alta, gli occhi erano nascosti da occhiali scuri o dalle rughe degli anni.
 Angelo viveva in una piccola casa, con un minuscolo giardino segreto. Dietro le siepi pensavo sempre di scorgere qualche tesoro nascosto o qualche creatura fatata. Lui e sua moglie si volevano bene, lei aveva occhi trasparenti come l'acqua quando è fredda. Anche sua figlia Milena aveva quegli occhi e li ha ancora.
Angelo portava me e Milena al mare. Salivamo sul treno diretto a Genova, poi cambiavamo per arrivare almeno fino a Nervi.


Il mare era un miraggio blu che si faceva sempre più vicino. Toccavamo l'acqua felici. Angelo mi insegnò a nuotare, diceva - Non aver paura, vedrai che non vai giù -
Mio padre non poteva farlo, anche se gli sarebbe piaciuto. Io, Milena, il cielo, l'acqua e Angelo. Senza parole, ma insieme.
Angelo conosceva la posizione di tutte le fontane, non amava spendere inutilmente.
- Offro io - diceva e noi ridevamo.
Angelo amava viaggiare, amava condurre il suo treno, amava vedere il colore del cielo che cambia.

La sua vita si spezzò in fretta, un male feroce, legato al suo lavoro forse, lo portò via in pochi giorni.

 (Foto Milena Poggio)

Angelo guida ancora i treni, al mattino, quando l'aria è densa di nebbia e di piccole gocce di umidità.
E a volte guarda la sua casa dall'esterno, il giardino bagnato di pioggia, la sua nipotina e tutto ciò che non ha più e che gli manca.




venerdì 18 ottobre 2013

fino al mattino

 Mi ritrovo in una torre, le finestre sono specchi, la mia immagine è diversa da come la ricordavo. Ho negli occhi la traccia del vento e delle attese vane. La pioggia ha mutato il mio corpo, lividi e gonfiori. C'è tanta acqua sotto la mia pelle stanca. Chi sono?

 La stanza è senza mobili, ci sono solo io e il mio riflesso, tendente al verde. Vedo però, una scala.
La scendo perplessa, i gradini sono in pietra fredda, scivolosa. Dove sto andando?

Ecco la stanza al piano di sotto, simmetrica. Le pareti sono rami nudi, senza più foglie; scendo ancora più giù, prima o poi dovrà finire questo maledetto sogno.
Arrivo all'ultima stanza: è un'anticamera dai muri di legno con tre porte. Mi avvicino a quella centrale, la apro.
Il cuore accelera.
E' l'uscita.

 Un coniglio enorme dal pelo bianco e gli occhi rosa mi osserva. Il bosco è la sua tana.
- Sei arrivata tardi - mi dice. La sua voce la conosco, è da uomo e proviene dal mio passato remoto.
- Non puoi fare più nulla per lei - indica una bambina che mi osserva.
Sono io tanti anni fa.
Vorrei abbracciarla, ma lei non mi conosce, non lo permetterebbe.
- Signora? - mormora - ho paura di lui - certo, ha paura del coniglio.

Non aspetto più, non voglio aspettare più: la prendo in braccio e fuggo via con lei, tra i rami e le spine del bosco. Corro, corro. Non mi fermerò. Non mi fermerò fino al mattino.



domenica 13 ottobre 2013

quando finisce una storia

Quando finisce una storia rimango attonita, sperduta nella mia casa, popolata eppure muta.
Dove vanno tutti quei pensieri strani? Dove andate voi, amici che mi sussurrate le vostre avventure mentre la mia mano si muove veloce sul foglio. Dove ve ne andate maledetti, non potete lasciarmi così. Svuotata e ancora vibrante.
Dove vanno i vostri pensieri, imprigionati sulla carta e che solo io conosco, solo io.
Tornate da me, amate presenze, parlatemi ancora di quei giorni assolati, l'autunno può aspettare.
Forse, ancora, l'autunno può aspettare.





martedì 8 ottobre 2013

La memoria degli alberi. Il manoscritto

"La memoria degli alberi" quando era ancora un quaderno

Io scrivo su carta, solo successivamente passo tutto al pc. Fanno eccezione i post sul blog che, in parte, nascono già digitali.

Quando però scrivo un racconto ho bisogno di silenzio, di carta e penna. Così è stato anche con La memoria degli alberi, quattro quaderni in gran parte incomprensibili e molto disordinati.
Riguardandoli mi sono accorta di come è cambiato il testo nella seconda stesura, alcuni personaggi sono stati stravolti e molte scene sono state tagliate. Sono stata un editor molto severo con me stessa.
E forse è giusto così. Questa è la prima pagina del libro. A fianco ci sono le idee per il titolo.

 
 




Tra le scene tagliate ce ne è una che non era orrenda , ma che evidentemente non mi convinceva del tutto. E' una lite tra Marion e il dottor Nico che nel libro è ancora presente, ma che qui è più enigmatica. Preferisco comunque l'ultima versione.
 
 


 
Chissà se qualcuno riesce a decifrarlo... Purtroppo non riesco a postarlo più grande, se si clicca sull'immagine però si riesce a intravedere qualcosa.
Anche il libro che sto scrivendo ora è ancora un manoscritto, sono un residuo medievale in questo mondo così maledettamente veloce. ;)



martedì 1 ottobre 2013

La stanza di Rowena

 
Rowena cuciva tutta la notte... Quello sapeva fare. Si sedeva vicino al camino e abilmente muoveva le dita e i fili di cotone colorati. Rammendava le stoffe preziose dei cortigiani e dei loro familiari. Rowena veniva dalla steppa. La sua casa, lo ricordava con precisione, aveva pareti blu stinte e persiane di legno verde scrostato. Nei pomeriggi d’estate, se la guardavi controluce, quella vecchia cascina pareva una foglia e gli alberi del cortile fremevano coi loro rami d’argento. Ma c’era stata la guerra e la fame... Anche Rowena era partita verso sud, come le sue sorelle.
    Lavorava di notte per far trovare pronti gli abiti il giorno successivo, all’alba. Ed io, talvolta, sgusciavo via dalla mia stanza silenziosa per guardarla imbastire gli orli nella luce calda del fuoco. Rowena era felice che io rimanessi lì a farle compagnia, si vedeva dal suo sguardo... Aveva gli occhi grigi che però, in certi momenti, rivelavano un luccicare d’oro.



    Io, in fondo, chi ero per lei? Il figlio viziato di un capo. Avevo i capelli morbidi, pettinati da mà, le mani bianche di chi ha sfiorato soltanto libri. Mi vergognavo di questo e così mi sedevo per terra, in ombra, e fissavo con estrema dolcezza le sue mani che, invece, erano vive e portavano tutti i segni del tempo. Rowena aveva mani scure, con le unghie corte e le dita forti, con pieghe di terra. Parlava poco, non sapeva bene la nostra lingua, ma talvolta cantava, mentre intrecciava velocemente fili bianchi che diventavano merletti, ricami di neve. La sua voce era un po’ stonata, per la verità, ma riusciva a farmi viaggiare con la mente. Io chiudevo gli occhi e vedevo la brina che copriva l’erba secca della steppa, vedevo un uomo nell’orto con una vanga e sentivo un vento freddo ululare nella landa. Poi mi riscuotevo e Rowena mi sorrideva. 


 


- Tu dormi? - mi chiedeva con un accento acuto e gaio (ma scorgevo una goccia d’acqua vicino al suo occhio).



- No - rispondevo arrossendo. Volevo baciarle quella mano piena di croci, ma non mi osavo. Perchè Rowena era più grande di me e aveva vissuto tanto più di me. Le guardavo per ore i capelli rossi, bruciati sulle punte. Mi ricordavano qualcosa che avevo perduto. Il fieno, forse, o le stoppie gialle del grano, o il sole rosso al tramonto, come un ragno di luce all’orizzonte. Ma non potevo dirle tutto questo, perchè lei si sarebbe offesa. E mi avrebbe detto - Tu?! Tu invidi me? - Quando lei aveva visto la guerra ed io, invece, l’avevo soltanto studiata o l’avevo guardata in televisione. La televisione era piena d’acqua. Se l’accendevi vedevi la morte dei pesci. Per questo non mi piaceva e mi rifugiavo nella stanza di Rowena, dai capelli crespi.



Lei, una notte in cui pioveva forte, mi confidò un suo segreto.
- Vorrei cucire così bene! - e si morse il labbro inferiore, bianco e screpolato.
- Vorrei costruire una città con la mia lana - asserì infine, guardandomi con gli occhi dorati, seriamente.
- Una città? -
Con una certa fatica mi spiegò il suo sogno: avrebbe voluto cucire case, alberi, palazzi di cotone e stoffe brillanti, imbastire una città viva, nella sua piccola stanza; una città costruita con l’amore e la pazienza.



Un paese di lana senza dolore.



- Nelle case di lana non si ha freddo - mi disse. Ma poi finì col sorridere alla mia faccia stupita. I suoi denti erano gialli e, in realtà, mi parve molto triste. Quel suo sguardo incomprensibile per me, allegro e feroce allo stesso tempo, mi spaventò.



Per qualche giorno non andai più da lei... Eppure non riuscivo ad ignorare la nostra sarta dell’est, a dimenticare la sua presenza.
Mi annoiavo in quei pomeriggi densi di nuvole. Per lo più guardavo il cielo dalle larghe finestre del salone. C’erano nubi enormi, draghi d’aria, bianchi e pieni di veli. Li fissavo con un po’ di preoccupazione, li vedevo crescere e trasformarsi, mentre i grandi stavano davanti alla TV, ignari di quell’inferno.
Nessuno parlava mai di Rowena e io soffrivo della sua mancanza. Papà e gli zii discutevano della guerra, eppure nessuno di loro aveva mai combattuto. Loro stavano ore davanti allo schermo acquatico, ma avevano mani bianche e molli come le mie.
- Sono mani colpevoli - pensai e mi veniva da piangere.



Quella notte stessa allora (era la terza senza di lei) fuggii dalla mia stanza tetra, dai mobili scuri ed enormi, e bussai alla porta dello sgabuzzino di Rowena.
- Chi è? - fece lei con una voce soffocata, pareva, da uno straccio.
- Sono io! - sussurrai. Il cuore mi batteva fortissimo e le gambe sembravano due tronchi di legno.


    Aprì e mi sorrise, ma i suoi occhi erano umidi e rosa.



 


- Oh, Jona, sono contenta di vederti - si passò velocemente un dito sotto le ciglia chiare e bagnate.

- Ti aspettavo… Guarda Jona - mormorò conducendomi vicino al camino. Sotto una vecchia sedia, nascoste da una pila di stracci e frammenti di stoffa, c’erano tre piccole case ricamate, cucite l’una vicina all’altra. Una di queste era blu, con le finestre verdi, come la sua cascina d’infanzia.
- Non scherzavi allora! - esclamai afferrandole, per la prima volta, una mano, rossa e umida come un cucciolo di coniglio appena nato.
- No - disse lei - e ne cucirò tante altre - spiegò lentamente. Io mi ero ipnotizzato guardando le sue labbra, dalla curva rosa, di petalo. E le scintille del camino erano stelle, quella notte, nella stanza di Rowena.