mercoledì 31 dicembre 2014

Bianca di ghiaccio

Bianca non era più giovane.
Il suo corpo custodiva i segni degli inverni, una vena ramificava la sua gamba sinistra. 
Era la traccia del tempo trascorso.
 Blu come il cielo della sua infanzia, cielo così vasto da far venire i brividi. Quando correva da piccola e guardava in alto vedeva le mani degli alberi e le dita del vento che si sfioravano giocando.
I suoi capelli erano ancora forti e ribelli, ma erano sempre più bianchi. Le sue mani tremavano leggermente e il collo aveva pieghe più scure, come il tronco del vecchio susino.
Bianca credeva di aver vissuto molte vite. Era stata bambina, era stata ragazza, era stata giovane, era stata madre. 
Aveva inventato decine di storie, storie di ghiaccio. 
Che ne sarebbe stato di lei, dei suoi amori, dei suoi personaggi, splendidi come statue di cristallo.
Il tempo era crudele e beffardo.
Bianca si aggirava nel castello intricato della sua mente, popolato di creature reali e immaginarie e sorrideva piangendo a tutti loro. Un giorno anche lei sarebbe diventata fragile e incantata, come quelle sculture congelate. Prigioniera di un ricordo incompleto.






giovedì 18 dicembre 2014

Raccontami una storia di Natale



Raccontami, fratello, una storia dal lieto fine imprevisto.

Una storia in cui gli eroi non sono principi, nè nobili guerrieri, ma uomini che lottano tutti i giorni per i proprio cari e per la giustizia.

Raccontami una storia d'amore senza principesse dalla pelle troppo delicata, ma con donne che affrontano le insidie costanti della vita, senza abbattersi. Bellissime donne senza più capelli, eroine della chemio che non accettano di arrendersi al male.

Raccontami una storia di Natale in cui il bambino non è nato con la corona, ma in mezzo alla paglia nell'odore dei campi e delle bestie.

So che ormai è difficile credere in qualcosa, perché rimane sempre l'ombra del sospetto e allora, fratello, la tua storia sarà ancora più sconvolgente, perché conserverà lo stupore dell'infanzia.

Voglio assaporare ancora il ritmo lento delle favole. Abbiamo tutta la notte per noi, parleremo delle nostre speranze più ardite e guarderemo la città accendersi di deboli luci, là fuori.









giovedì 11 dicembre 2014

La città degli specchi

Ho visto in sogno una città costruita con pietre e frammenti di cielo.
Gli edifici erano maestosi e spettrali. Lastre di vetro verde e specchi in cui erano intrappolati i respiri degli uomini.
Tutto ciò che non potrai mai avere, tutti i tuoi pensieri deviati, chiusi per sempre in una cattedrale remota.
Mi specchiai e non mi riconobbi.




C'era una bambina al di là del vetro che mi scrutava con disapprovazione.
Aveva occhi scuri truccati con un ombretto viola e dorato. Ali di una farfalla screziata, dalla vita troppo breve.

- Tu non sei buona come sembri -
Così mi disse; e il suo sorriso era tagliente come una condanna.
- Altrimenti non saresti qui, non saresti arrivata alla città degli specchi -
Non le risposi, il suo abito antico e il suo portamento altero m'incutevano una sorta di istintiva titubanza.




Mi allontanai lentamente, rapita da quel paesaggio terribile e meraviglioso.
Palazzi alti e deserti, racchiudevano pezzi di firmamento, scie di comete precipitate nell'universo, costellazioni lontane dalle geometrie impossibili.
Trapelavano sussurri da quelle architetture fantastiche. In tutte le lingue del mondo sentii piangere e amare decine di donne e decine di uomini.

Quanto dolore, quanto desiderio c'è dentro di noi?



Arrivai infine al lago della città.
M'immersi esausta dal viaggio e dal cammino. L'acqua di ghiaccio abbracciò senza pietà il mio corpo disfatto.


E mi ritrovai bambina nel mio letto.


venerdì 5 dicembre 2014

La tessitrice

Aspetto l'inverno ricamando centrini bianchi di cotone.

Nessuno sa che il soggetto dei miei umili lavori è il cielo. Ricamo stelle e costellazioni, eternamente insoddisfatta del risultato. I miei merletti sembrano ragnatele incomprensibili più che faticosi prodotti di ricerca. I vicini mi guardano con severità o con scherno. Nessuno paga il mio lavoro.

Esco poco perchè le strade sono sempre più affollate e la luce elettrica illumina di azzurro i volti dei passanti. Ciò m'inquieta. Vorrei parlare con qualcuno, ma con chi?


Ho provato a socializzare con la panettiera: le ho portato un mio centrino, quello con la luna piena affondata nel mare, ma lei si è messa a ridere. Pensava che scherzassi.
Anch'io ho sorriso, fingendo un gioco il mio tormento.
La panettiera vende pane e aria; il suo negozio è pieno di nuvole, ma nessuno lo sa.

Lei ora mi guarda divertita, le sue labbra sono sempre così lucide che sembrano strani fiori di mare. Per questo non esco molto.
Sospiro, tra le matasse bianche, nelle stanze vuote. Disfo i merletti con gli occhi fissi al cielo, dietro ai vetri.

   Fabian Perez


Attendo la neve.
Forse con l'argento stellato dei fiocchi tutto sarà più semplice, riuscirò finalmente a completare la mia opera.

Ecco, a tratti riesco anche a vederla: è un enorme tessuto decorato in cui petali bianchi, perle screziate, scie veloci di stelle si intersecano con violenza e con armonia allo stesso tempo. E' la raffigurazione del suono del cielo, una mappa dell'infinito.
Potrebbe occupare una stanza intera. Una stanza che servirà soltanto per sognare.

Si entra senza scarpe e si cammina sull'ordito e poi ci si stende sopra, respirando lentamente, supini. Così si sentirà la musica delle costellazioni e si vedranno le gocce di cristallo, perfette nella loro glaciale simmetria, uscire dal soffitto. Si schiuderanno come gemme minuscole e preziose.

Riapro gli occhi, appagata dal mio progetto, e guardo il mio lavoro.
Non vedo altro che un nodo incomprensibile, un caos di cordicelle e punti inventati, larghi passaggi senza logica.
Le mia dita bianche si confondono tra i fili della matassa e tremano. Sono zampe di ragno decaduto, non riuscirò mai a creare tele meravigliose come le loro.

Mi aggiro per le stanze buie, echeggianti; bevo molta acqua, ascolto la scia delle auto, sotto casa mia.
Poi ricomincio a lavorare.
Accarezzo le perle e piango, pensando alle gocce di rugiada.





giovedì 27 novembre 2014

Il sorriso dell'ignoranza

Tu, che credi di sapere tutto,
tu che conosci le parole dell'adeguatezza,
tu che non sai tollerare i limiti degli altri,
forse hai perso qualcosa.

Non posso apprezzare chi non è capace di sorridere.

Mi dispiace, non posso.

Io vivo con loro,
con tutti quelli che costruiscono case di foglie,
con quelli che inventano le favole e, in fondo, non hanno altro.

Sto con chi non ha ucciso l'infanzia dentro di sé.

Sto con i bambini che lottano per capire, quando per gli altri è tutto così naturale.
Sto con i bambini che si impegnano per giocare e non vengono accettati, perché sono strani.

Sto con chi lotta per camminare
(perché me lo ha insegnato mio padre che era in carrozzina eppure sapeva assaporare il viaggio più di tanti altri).

Tu forse biasimerai noi,
stolti, idioti, ritardati,
ma non sai più ridere
e quindi hai perso.

Balliamo sotto le stelle ghiacciate,
insieme ai nostri fantasmi e alle nostre paure.

Il tempo non ci spaventa.









venerdì 21 novembre 2014

La libertà, anche per te.

Talvolta dimentichiamo chi siamo, da dove veniamo, dimentichiamo che siamo fratelli in questa vita ingiusta e iniqua.

Dimentichiamo che i confini li abbiamo disegnati noi, sulla carta. La terra ha solo confini naturali, montagne, fiumi, deserti, ma a nessuno dovrebbe essere impedito di camminare, di attraversare terre, mari, oceani.

Parliamo di libertà, ma solo perché pensiamo alla nostra libertà. Questa parola, allora, non ha più il significato che le attribuivo.


E' difficile essere onesti, essere giusti, è più facile essere frivoli e vacui.

E anche io a volte non ce la faccio e mi volto dall'altra parte; non vogliamo cambiare troppo le nostre abitudini e fingiamo di non sentire il ragazzo che grida sotto casa.

Cosa dobbiamo fare per tornare a pensare alla libertà per tutti? La libertà è di tutti. Di tutti.


 




 Abbiamo dentro un principio di grandezza e di bellezza. Non è chiaro il motivo per cui dobbiamo costantemente soffocarlo.

Siamo noi gli eroi, eppure non vogliamo crederci.





venerdì 14 novembre 2014

Le creature sotterranee



Aspettiamo nei nostri letti disfatti
la luce bianca e opaca del sole.

Non ci accorgiamo delle radici
nascoste dietro i mobili
della nostra casa.
Sono grosse vene di fango.

Stanno crescendo.
Respirano.


Non dobbiamo temerle,
fanno parte della nostra dolce e crudele avventura.
Raccogliamo i sassi bagnati dalla notte,
e piantiamo nella terra i bulbi,
densi di vita e linfa.

Già sento l'aria sotto la terra,
è il respiro delle creature dell'inverno:
esse dormono, laggiù nel nero profondo,
ma sognano centinaia di fiori,
petali, pistilli, ovari.

Senza di loro non potrebbe sopravvivere la primavera.





venerdì 7 novembre 2014

Out of time

Sono cresciuta all'ombra, nella periferia di una città di provincia. Lì non c'era la bellezza delle montagne, né l'incanto mistico del mare. C'erano palazzi tutti uguali, prati impolverati, cemento sul verde sporco; per me e i miei amici era normale desiderare la fuga e il riscatto.

Erano anni di transizione. Molti di noi non potevano più tollerare le dinamiche delle discoteche, le attese davanti ai buttafuori: sei abbastanza figo per entrare qui dentro, amico? No, non lo sei, vai via, sgombra.

E poi lì non c'era la musica che ascoltavamo noi: i Clash, i Madness, i Nirvana, i Mano Negra. Scoprimmo i centri sociali.

     Foto di Milena Poggio


Luoghi recuperati o sottratti, colori violenti sulle pareti, il cemento assumeva finalmente altre sfumature. L'arcobaleno nelle discariche.

Mi trovai bene, mi trovai a casa. C'erano persone come me, considerate strane dagli altri, considerate eccentriche o semplicemente out.

E anche la mia piccola opaca provincia sembrava illuminata da una luce nuova, rossa come la brace, blu come la profondità dell'abisso, viola come l'amore senza speranza.

Noi eravamo il futuro, noi potevamo cambiare le cose.

Oggi siamo uomini, ma non siamo noi al comando? Abbiamo portato quei colori fuori da lì?

Forse non dovremmo dimenticare i sogni della nostra fottuta adolescenza.







giovedì 30 ottobre 2014

Fotografo la vita

Fotografo la vita, senza smartphone, senza IPad.
Fotografo la vita con la mente,
le gocce d'acqua sulle foglie secche dei tigli,
come perle di vetro,
le gocce di pioggia,
tiepide come i ricordi,
sbiadiscono,
evaporano.

Fotografo la vita,
qualche volta,
e quando ci riesco,
sorrido.
Per tutte quelle istantanee
che diventeranno fumo leggero in me,
che diventeranno
vago sentimento,
e poi spariranno.


Fotografo la vita,
ora, mentre scrivo.
E sono solo una voce
dentro al mio silenzio,
sono una voce
che cerca una melodia,
ostinata,
beffarda,
sbagliata.

Mi manca il tramonto, mi manca l'ultimo raggio del sole, mi manca il rumore dell'acqua...
E allora
fotografo ancora una volta la mia vita imperfetta,
perché è lei la mia storia.






giovedì 23 ottobre 2014

Il cacciatore di emozioni

Lo amai senza alcuna speranza.
Mai avrebbe potuto capirmi, mai avrebbe potuto sopportare la mia fragilità.
Io vedevo il vento. 
Nell'aria c'erano le voci dei morti, mi raccontavano poesie che parlavano di ricordi sconnessi, laghi prosciugati, fiori dentro la terra. 
Io sentivo il rumore della pioggia, era una canzone antica, in un linguaggio remoto, difficile da tollerare.
E lui rideva. Rideva di me e di tutte quelle stranezze. 
Il mondo era lì per lui, si aprivano decine di porte, decine di possibilità.
Non avrebbe potuto fermarsi con me, lui non poteva fermarsi mai.


Era un cacciatore di emozioni, le donne erano tutte attraenti, ma nessuna lo appagava pienamente. 
La bionda, la mora, quella piccolina, quella ingenua, quella saggia... Non basta, non basta ancora. 

Lui viaggiava come un vagabondo, era libero, eppure non era mai sazio. 

Io vedevo le sue catene e le sue ali ferite, perdeva sangue ogni volta che mi abbracciava. 

Decisi di abbandonarlo, lui sul marciapiede, lo sguardo annegato nel silenzio. 

Io più forte, forte per una volta, forte per l'ultima volta. 

Il cacciatore imparò una nuova canzone, aprì le mani e si accorse di tutto il sangue che aveva perso. 










mercoledì 15 ottobre 2014

Tutte le canzoni del mondo

Io non sono perfetta, ho sbagliato e sbaglio ancora.

Sbaglio quando non vivo il presente, lasciando sfuggire gli attimi, gocce preziose della mia linfa.

Sbaglio quando non guardo negli occhi la persona che ho davanti, pensando che intanto avrò tempo per dirle tutto.

Sbaglio quando non guardo il cielo, le foglie, le ombre e il respiro della luce.

Sbaglio quando sono distratta e non ascolto le storie dei bambini, anche se sono interminabili e incomprensibili.

Sbaglio quando non assaporo il vino e il caffè con gli occhi chiusi.

Sbaglio quando chiudo le porte al mio mondo magico e a quello degli altri.

                 

Insegnatemi, bambini, a diventare vecchia senza dimenticare la bellezza dell'infanzia e della pazzia.

Insegnatemi, uomini che siete dall'altra parte, il segreto per essere adulti, senza perdere ogni barlume di innocenza.

Canterò tutte le canzoni del mondo, perché avrò così tanto amato che conoscerò tutti i vostri nomi e tutte le vostre favole.







martedì 7 ottobre 2014

Il bambino del vento

Tanti anni fa incontrai un bambino. La sua voce era imprigionata tra i rami degli alberi. Era una voce frusciante e remota, sapeva di ragnatele e comete troppo veloci, troppo lontane.

Lui era bello, gli occhi erano azzurri, limpidi, ma impenetrabili. Eppure non sapeva giocare con i compagni. Un'onda si impossessava di lui, talvolta, e lui si abbandonava a lei, diventando vento e tempesta.

Allora lo vedevo, era lontano in un oceano ghiacciato e sterminato. Laggiù non c'erano appigli, c'era solo acqua scura e silenzio.

Volevo recuperare la chiave segreta che apriva la porta della sua mente, saper interpretare le tracce che lasciava, per farlo uscire da lì. Volevo aiutarlo a trovare la sua voce prigioniera di un incantesimo incomprensibile.


Se si trova la chiave il bambino del vento riuscirà a sorridere e, forse, imparerà a sopportare tutte le banalità del mondo, mi dicevo.

Ma poi capivo che dovevo solo imparare ad ascoltare.
Non subire, non indagare, ma aprire gli occhi e guardare tutto dalla sua prospettiva.
C'erano galassie collegate da fili d'argento nel cielo, me lo disse lui.
E io non l'ho più dimenticato.





mercoledì 1 ottobre 2014

Le stanze di Paolo Vergnano


Paolo Vergnano è un fotografo, ma è anche uno scrittore. Racconta con le immagini storie di interni distrutti dal tempo e dall'incuria, eppure ancora abitati da sogni e visioni. Nascono funghi nelle sue stanze, la natura riprende il possesso di ciò che l'uomo ha abbandonato. 



Stanza 1 (a volte sento dei suoni nel campo)


Animali esotici appaiono, ma sono allucinazioni o desideri repressi. Il mondo animale e quello umano si fondono.


 Stanza 3 (c'eravamo tanto amati)

Gufi o uomini e donne? Il vetro è rotto, gli sguardi sono distanti.



Stanza 4 (questa casa non mi appartiene)

In Questa casa non mi appartiene la zebra è come un giovane che abbandona la casa della propria infanzia, il contorno delle cose si addolcisce, la fotografia diventa illustrazione e pittura.



 Stanza 11 (non sento più niente)

Ma la natura nei quadri di Paolo Vergnano, talvolta, sembra sofferente. Come in Non sento più niente, l'otaria distesa sul vecchio forno è indolente, immobile e apatica. Cosa abbiamo fatto al nostro mondo? Cosa abbiamo fatto agli animali, prigionieri di stanze distrutte e fatiscenti? Cosa abbiamo fatto a noi stessi? La nostra civiltà è in decadenza, eppure qualcosa ancora respira tra le ragnatele e la polvere.

Stanza 8 (siamo stati bene insieme) 

Funghi, animali, esseri sopravvissuti all'uomo e al suo egoismo. Come dopo l'apocalisse, Paolo Vergnano ci racconta, con le sue foto, che la natura può salvarsi e salvarci.



http://www.paolovergnano.it/


lunedì 22 settembre 2014

L'età dell'attesa

Ci fu un'epoca, tanti e tanti anni fa, in cui tutti aspettavano.

Aspettavano il treno, l'autobus, il loro turno al banco dei salumi o alle poste.

Aspettavano anche di lavorare, perché il lavoro non c'era più; aspettavano la persona giusta da amare, perché negli altri non si vedevano più i pregi, ma piuttosto gli insopportabili difetti.

Aspettavano per avere dei figli e infine i figli non arrivavano più, non per crudeltà, ma perché ormai i loro corpi erano diventati vecchi.
Aspettavano tutti, da sempre.
Ma non si annoiavano, perché avevano svariate possibilità di svago. Erano passati i tempi grigi della televisione, ormai si viveva nell'era degli specchi magici. Tutti possedevano, infatti, degli specchi che consultavano con accanimento. Lì c'erano proiettate le parole degli amici, le foto, lì c'erano le notizie del mondo, lì c'era una possibile via di fuga. Grazie agli specchi incantanti le persone si sentivano meno sole e non si rendevano conto che la vita scivolava via, fuori dal tempo.

Si sognava una rivoluzione, ma non si aveva la forza di agire. Il sogno aveva preso il posto della realtà, ma non era entusiasmante, perché nulla era vero.

Alcuni uomini e donne si accorsero dell'inganno, distrussero gli schermi, tornarono a sporcarsi le mani di terra e sudore. Ma ancora non sappiamo che ne sarà di loro e della loro età sospesa e incerta. Di certo sappiamo che quella fu un'epoca soggetta a passioni fugaci e ingannevoli. I veri eroi rimasero nel limbo, sconosciuti, silenziosi, ma vivi.




lunedì 15 settembre 2014

Il fungo

Il bruco aveva occhi come fessure di tronco. Fumava il narghilè e forse non si era accorto della mia minuscola presenza.
Aveva un volto conosciuto, dove lo avevo già visto? 
- Chi sei tu? - 
La sua voce apparteneva al mio passato, un'onda amica, conosciuta.
- Alice - risposi.
- Avvicinati - 
Ubbidii. 
L'ombra era una sostanza quasi liquida, accarezzava il bosco, le foglie della quercia e il fungo su cui lui era sdraiato. 
- Cosa sai fare, Alice? -
Era una domanda difficile, a lui non si poteva mentire, lo sapevo.
- So guardare i tramonti - improvvisai.
- Troppo poco, non basta -
Cosa potevo dirgli? Le sue sopracciglia si erano pericolosamente increspate. 
- Mi piace stare con i bambini, giocare con loro, vederli felici -
Non sembrava ancora soddisfatto.
- E so inventare delle storie -
- Davvero? Raccontamene una allora, mi sto annoiando e il giorno è ancora così lungo -
Mi sedetti sotto al fungo, osservavo le dolce geometria delle lamelle sotto al grande cappello. 
Il bruco chiuse gli occhi pronto a entrare nel mio sogno.

C'era una volta una bambina che non aveva paura dei precipizi. Si avvicinava al bordo dei dirupi e allargava le braccia ridendo. Un giorno però il suo equilibrio non bastò, il vento era troppo forte. la bambina cadde. Faceva male rotolare giù, le rocce erano spietate, gli alberi non riuscirono a trattenere la sua caduta rovinosa.
La bambina si ritrovò in un bosco umido e buio. Non poteva più camminare. Strisciò con le mani per ore. Le formiche pensarono fosse una sirena che aveva smarrito la strada e la scortarono.
Tu conosci il buio? Non è completamente nero, ci sono i colori, ma sono attutiti, spenti. Lei lo sapeva, per questo non aveva paura dell'oscurità. 
Conta fino a cento, si diceva, conta fino a cento e non morirai. 
Sopravvisse quella notte e anche tutte le altre, perché allenò le sue braccia e diventò veloce come uno scoiattolo. Visse sugli alberi, protetta dai gufi e dagli insetti, suoi amici. E ancora oggi puoi trovarla, nelle sere d'estate, sui castani più alti. E' una fata dei boschi e vive di vento e rugiada. 

- Le fate sono esseri pericolosi. Ingannatrici, dispotiche. Stanne alla larga - disse il bruco.
- Mangia un pezzo di fungo e ogni cosa ti apparirà più chiara -
Staccai un frammento morbido del cappello. Era bianco sotto e arancione sopra come il sole che muore all'orizzonte. 
Il mio corpo si indurì, forse è la fine questa. Ma no, stavo solo crescendo. 
Addio piccolo bruco, addio fungo e fate dei boschi. Questo pensavo, ma non era vero. 

Cammino per le vie straziate dal grigio eppure vedo ancora le porte magiche che conducono dall'altra parte. 




mercoledì 10 settembre 2014

ti amerò fino alla fine del tempo

Fino alla fine dei miei giorni,
fino all'ultimo respiro
che mi verrà concesso.

So che siamo sbagliati,
conosco a memoria tutti i nostri errori,
eppure vivo in te.

Insieme costruiamo una casa piena di vento.
Polvere e desideri sulle lenzuola,
distruggi tutte le mie paure di bambina,
riducile a una manciata di polline,
via
nell'aria.
Dimenticando tutto,
io plasmo la tua schiena,
ogni volta è diversa e nuova,
per me.

Tu che mi hai visto piangere,
tu che mi hai visto cadere,
fissare il marciapiede,
perdermi nel rumore assordante della notte,
tu,
mi accarezzi e
sorridi
quando varco il limite.

Solo più nuvole
e il giardino della mia infanzia.
I petali si sono aperti,
le perle d'acqua non fanno male, scivolano via veloci
e io e te,
come all'origine,
respiriamo.






mercoledì 3 settembre 2014

Il mondo in una biglia

In una biglia una volta ho visto una cascina capovolta.
Avevo 9 anni.
Ho detto a mia sorella - Qui c'è un mondo magico -
Lei non era una stupida - Non è vero! E' la cascina che c'è lì, davanti a noi! -
- E' un mondo molto simile al nostro, ma ci sono piccoli particolari diversi. Guarda, lì c'è un'ombra, forse è una persona, una persona che non è qui, ma è solo dall'altra parte -
- Davvero? -
Annuii con convinzione.
Lei osservò di nuovo la biglia.
- E' vero... -
Io e lei spettatrici di un prodigio.

Nella sfera c'era una ragazzina bionda che ci guardava e ci salutava. Accanto a lei una bambina più piccola sgranava gli occhi, non sapeva se crederci. Scendeva la neve, come nelle palle di vetro in cui è sempre Natale. Ma loro non avevano paura della bufera, si stringevano e diventavano sempre più sfocate, lontane.

Cosa vedo oggi nella biglia? Tutto il mio universo, la scia dell'onda, il cielo quando precipita, le parole sussurrate dal fuoco e tutti i giorni, preziose gocce racchiuse nel mio palmo.

Dormi, dormi bambina, non aver paura di sognare, ma poi apri gli occhi e inizia a camminare.




martedì 19 agosto 2014

Elio Rosolino Cassarà. Breve storia di un pittore

Conosco Elio da tanti anni, per questo posso cercare di ricostruire il suo percorso figurativo ed interiore, che in realtà è molto più denso e complesso. La mia è una piccola storia di luce e oscurità, di scoperta e ricerca.

Già a vent'anni Elio si esprimeva con i colori, tinte scure da cui nascevano creature fantastiche, esseri onirici che popolavano un universo parallelo fatto di ombre e bagliori.


Crescendo, la realtà degli oggetti e dei volti diventa predominante. Non più chimere, draghi o fauni, ma utensili illuminati da una luce antica, perduta. Sono i quadri del silenzio, il periodo veneziano di Elio. Il blu, l'azzurro, la sabbia del lido, gli sguardi delle donne amate, liquidi e consapevoli.

Bozzetto per il demone della Vite, 1998

Il bozzetto per il demone della Vite è un ritratto molto potente, gli occhi della ragazza sono come pozzi o gorghi in cui è imprigionata la luce. Doveva essere semplicemente lo studio per un quadro molto più grande in cui la giovane donna si trasformava in una pianta di vite, ma risultò perfetto. 
Lo sguardo del Bozzetto non si riuscì più a riprodurre, quegli occhi erano vivi e scrutavano fin dentro le nostre paure più occulte. 
Fu lei a vincere. 
La copia in grandezza naturale venne abbandonata, il bozzetto sopravvisse. 

 Interno, 1998


Interno appartiene ai quadri di quel periodo; qui il blu e l'azzurro plasmano il corpo e l'ambiente, come il riflesso di Venezia, la città fatta d'acqua. Venezia era entrata nella vita di Elio, come un'ossessione, un continuo richiamo al mare e alla perfezione.

 Autoritratto con maglia bianca, 1999


Il dolore prendeva la forma degli oggetti di tutti i giorni, metallici, freddi involucri di una sostanza evaporata. Rimanevano i corpi, ma l'anima dov'era?
Dov'era la luce così tanto cercata?
Elio stava sperimentando con i colori e con la sua vita.

Stilleben
                                                                                      olio su carta 21x29 2001




 Silenzi. Olio su tela
                                                                              60x80 2000

Silenzi è l'emblema di questo periodo pittorico di Elio. La luce si fa assenza di suono, i corpi sono ombre, tracce di attesa.


Selbstbildnis (profil)

                                                                                                olio su tela 40x60 2000






Dipinse caffettiere alte come un uomo e poi le scompose, come masse da sezionare.









Kaffeemaschine in drei teile zerlegt

                                                                                              olio su tela 60x80 2003



Ci fu un'epoca di transizione, gli anni in cui visse a Bergamo. Gli anni delle nature morte, gli anni del ritratto di Olja.

 Ritratto di Olja, olio e sabbia su tela, 2000

Il ritratto di Olja è la descrizione di un viso che ha visto la guerra; Olja non ci guarda, eppure i suoi occhi sono neri, segnati da qualcosa che non si può narrare. Come tutti i racconti di guerra è realistico eppure va oltre, parla del male e della Storia, del sangue e della terra.


Ritratto ideale di Paula Modersohn-Becker

                                                           olio su carta 50x60 2001 


Il Ritratto ideale di Paula Modersohn-Becker è il riflesso degli studi di Elio di quegli anni: la pittura espressionista e la pittrice tedesca Kathe Kollwitz. Amo molto questo quadro, amo l'espressione dolce e forte di Paula, donna e artista, madre per pochi giorni.





 Memorie dalla stanza rossa. La compositrice,                                                                                                                                                    2004

Nei quadri di Elio è costante il richiamo alla bellezza, all'armonia. Anche i palazzi contemporanei sullo sfondo del quadro Memorie dalla stanza rossa, sembrano seguire una geometria perfetta. Ma non basta l'equilibrio della forma a placare lo sconforto dello sguardo abbassato; Elio dipinge anche i sentimenti attraverso le ombre e le luci rivelate dai colori. 


La fumatrice

                                                                                                            olio su tela 120x100 2004



Ritratto di Elena

                                                                                                               olio su tela 100x100 2003




Le note di Tsabropoulos
                                                                                                      olio su tela 60x80 2003



 Selbstbildnis




Blumen

                                                                                                                       olio su tela 50x50 2002


In Blumen si intuisce il bisogno di essenza, la necessità di astrarre la realtà, di cercare solo più le luci e le ombre delle cose.




Il silenzio col tempo cambiò la sua forma e la sua pronuncia perché un viaggio trasformò internamente Elio: la Germania, Berlino, la nuova patria. 



Berlin olio su tela 50x50 2002

Vacuum

                                                                                                       olio su tela 110x60 2003



Dresden

                                                                                                                     olio su tela 50x60 2003


Studio di figura
                                                                                                     olio su tela 130x60 2005

Elio incominciò a dipingere in tedesco, pensando in tedesco.
 I suoi quadri si fecero più essenziali e più rari. Poche immagini di un mondo rarefatto, sempre più astratto. 




Stilleben

                                                                                                                    olio su tela 50x50 2003


Stilleben è l'evoluzione di Blumen, rimane il segno, evaporati i corpi. Rimane l'essenza, privata della contingenza. 


Paesaggio lombardo

                                                                                                            olio su tela 120x60 2003




 

Isländische Landschaft III, 2011

La Germania e l'Islanda, come nuovi orizzonti da cui partire. 

Oltre al profilo delle cose, oltre al contorno degli occhi e delle labbra nasce una consapevolezza diversa. Le linee orizzontali sono onde, riflessi, ferite.

Da qui parte Elio, in un'esplorazione continua. 

Un viaggio che ancora non è finito.

 XXXI, 2014

Cosa si nasconde in queste opere di Elio Rosolino Cassarà? Ci sono le ombre che lo perseguitavano già da ragazzino, le ombre che dipingeva quando aveva 19 anni, c'è la luce trovata a Venezia, riscoperta in Germania, riplasmata in Islanda. 

 XLIV

Sono paesaggi dell'anima. Deserti luminosi.

 XLVII

Ci sono anche tutti gli sguardi di chi abbiamo amato e di chi se ne è andato. Perché c'è la traccia delle lacrime e dell'assenza. Il cielo, le nuvole e la mancanza delle cose e delle persone. 

Eppure una presenza ancora si sente. C'è qualcosa in questo universo che respira e pulsa. Costante. Un respiro continuo e incessante. 


 XLVIII


Ognuno di noi può vedere qualcosa di diverso in questi quadri perché i colori si sono liberati da tutto, ma è rimasta la trama del tessuto, sono rimasti i segni incisi sulla pelle e sulla tela. 

 XLIX



 XLI



E' rimasto l'orizzonte offuscato dei ricordi e delle nostre paure. Un sentimento del tempo che ci accompagna nel nostro cammino ora incerto, ora affannato, ora esausto, ora appagato. 

 22.15   2015

 23.15    2015


Il silenzio ancora c'è e si è fatto colore. 

27.15 Oil on Canvas 2015


Trapela il rosso, il sangue, come una scoperta improvvisa, un desiderio di vita, inaspettato.

 
                                                                                                                                          28.15     2015

 29.15    2015


La visione è come appannata dalla dimenticanza, eppure s'intravede la casa, il porto sepolto, il ritorno in Sicilia.




29.16 Oil on Canvas
                                                                                                                    50x53 2016







                                                                                                                                                                                                                                        41.16, oil on canvas, 30×30 cm, 2016



Una nuova prospettiva si apre. Una porta, forse. Una profondità celata. Oltre il dolore, oltre le ombre.